Chiedo preventivamente scusa al colto (pubblico) e all'inclita (guarnigione) perché mi avventuro in un terreno molto lontano non solo dal mio solito, ma anche sul quale mi muovo con molte difficoltà fisiche e psichiche.
E, intanto, debbo ringraziare chi mi ospita per la ricca biblioteca che io saccheggio di quando in quando, specie se relativa ad anni lontani. Può darsi che l'autore in questione non godesse di buona considerazione nei miei anni di liceo, sia pure cosiddetto scientifico, negli anni 1950-55 oppure non fosse più di moda. La mia lettura è partita dalle Sorelle Materassi, anzi è stata una rilettura, perché il primo incontro c'era già stato un paio di anni fa. Ed era stata una lettura interessante, di ambiente, di realtà umane, di coraggio ed insieme di navigazione resa possibile da un modo di essere concentrato sull' importanza del fare.
Già, il fare, quel fare che fa sì che le classi superiori (o banalmente ricche) non solo si degnino ma che addirittura chiedono che tu le segua, non importa il costo, perché sei diventata un marchio (si direbbe oggi, sempre che io non sbagli, un TREND) e i clienti si mettono in fila, premono per essere serviti. In cambio però il rigore, la serietà, l'accuratezza, gli unici strumenti, consapevoli o meno, che difendono il tuo ruolo.
Poi però c'è una specie di contrappasso, così rigorose nel loro lavoro ricaricandosi settimanalmente tutte belle addobbate guardando dalla finestra il passaggio del tempo e del mondo umano, ed anche, o soprattutto, nella benevolenza verso il virgulto NIPOTE al quale vien concesso di tutto e di più, come una rivalsa sulla disciplina autoimposta e che pure non pesa, perché il fare, FARE BENE, è un premio insostituibile e assoluto.
Ed è la rovina economica, il disorientamento, ma senza recriminazioni particolari, una rassegnata modifica se non fosse che la fama, il prestigio acquisito aprono inaspettatamente un nuovo mercato, quello modesto ma dei TANTI. I tanti subalterni, che a loro volta aspirano a qualche simbolo per dimenticare le costrizioni e i confronti e così le sorelle possono tornare tranquille e in qualche modo felici, stavolta da una posizione di rango, di superiorità accondiscendente ma di nuovo OPEROSA, perché è nella religione del fare, e fare bene, la vera realizzazione personale.
Ma non finisce qui il Palazzeschi, perché c'è una perla, un diamante, una prima opera
quella de IL CODICE DI PERELA', anno 1911. Palazzeschi ha 26 anni, ha obbedito al padre e alla tradizione tanto da diventare ragioniere ma quello era lo ALDO PIETRO VINCENZO GIURLANI che dal 1905 era diventato Palazzeschi, il cognome della nonna. E non doveva essere casuale la scelta, o almeno mi piace immaginare così, una di quelle nonne finalmente libere dalle funzioni definite fondanti per le femmine ma che, finalmente, lasciavano trapelare e conoscere il fondo fantastico e quasi alieno perché loro sui maschi HANNO un privilegio. Senza di LORO non c'è VITA e quindi non c'è FUTURO.
E il PERELA' è un viaggio libero, anarchico, prepotente nel genere femminile ma anche nei confronti del potere. Potere che alla fine vince e travolge quella creatura di "fumo", ma la vittoria è solo una rancorosa ammissione di sconfitta per aver seguito il NULLA.


