mercoledì 19 luglio 2017

DISCIPLINA...

Fa molto notizia la vicenda tedesca che vede coinvolto il fratello maggiore del AUTODIMISSIONATO  papa Ratzinger solo che io sono abbastanza vecchio per portare i ricordi del tempo che fu con un po' di esempi vissuti e/o condivisi.

Punizioni corporali in casa... 7/8 anni Ravenna, case popolari 1942 circa. Il  bimbo, cioè io, in ginocchio sui semi di granturco ovviamente crudi (altre volte erano i chiodini da calzolaio, detti "semenze"). E' pomeriggio tardo, torna a casa dal lavoro mio padre e mia madre riprende un discorso evidentemente non ancora soddisfatto, e allora mio padre, finalmente, si toglie la cintura di cuoio dai pantaloni come per usarla, mia madre (soddisfatta) cambia stanza e la cintura schiocca... a vuoto... e la mano di mio padre passa sui miei capelli con un sorriso e un pizzicotto sull' orecchio.
Anni dopo da chiacchiere della tribù Geminiani (materna) che quel trattamento mia madre lo aveva subito da uno zio paterno perché rinunciasse al "moroso" del  momento.  E parlo di una tranquilla tribù contadina benestante in quel di San Prospero di Imola, via Lughese 35.

Passa qualche anno, si cambia casa e paese seguendo i destini dell' allora DUCE e dopo il ritorno di mio padre dalla campagna di Russia e poi si torna a Ravenna e io, per motivi che non so entro in un collegio a VILLA SAN MARTINO di LUGO. Eravamo oltre un centinaio di "ospiti" dagli 8 ad oltre 20 anni (un mix di maschi raccolti e  provenienti da zone a rischio sociale, si direbbe adesso) e la disciplina era normale, le sanzioni, ad esempio in refettorio dove era preteso il silenzio, consistevano nel porgere la mano con il palmo verso il basso e venire colpiti sul dorso con un righello, di TAGLIO! E poi c'erano altre punizioni, ad esempio le FLESSIONI, evidentemente dovevo essere particolarmente indisciplinato, piccolo, magro, con una gamba mal messa per un fatto congenito ricordo che "condannato" in dormitorio avevo fatto flessioni per parecchio tempo, con alcune interruzioni perché ogni tanto mi "cagavo addosso". E poi c'erano le PUNIZIONI COLLETTIVE, ricordo una mattina d'estate tutti, grandi e piccoli, schierati in fila indiana attorno al campo di calcio sull' attenti sotto il sole...

Poi arrivò la chiamata del SIGNORE e decisi che volevo fare il prete (poi seppi che mia madre aveva detto mei mort che prit poi si rassegnò) e li le punizioni non erano corporali ma il silenzio durante i riposi. E per me era la punizione PEGGIORE e INSOPPORTABILE!

Passarono tre anni finii le medie e volli tornare in famiglia (i miei intanto si erano traferiti a Trieste da Ravenna dove i fratelli di mio padre là residenti avevano trovato casa e lavoro per mio padre). I rapporti con mia madre erano migliorati, ogni tanto qualche ceffone, ma solo perché mi mettevo fra lei e il mio fratellino più piccolo (4 anni di meno)...

Tutto questo per dire che le PUNIZIONI CORPORALI in una certa epoca erano la NORMA e REGOLA. E quanto agli altri aspetti, chiamati educatamente abusi, non è
questo il momento e il luogo e mi sa che fossero abbastanza normali non solo nelle comunità ma anche nella cerchia inter-familiare  magari allargata...
      

martedì 18 luglio 2017

COCOMERO...

Ormai è una delle poche attività ricorrenti, quella di andare a fare la spesa, quella NORMALE (anche perché di SUPER c'è ben poco) e uno dei supermercati che più spesso mi vede è quello che io chiamo dei TEDESCHI che ha come sigla LIDL. Lo ritrovi un po' ovunque, specie nei centri minori e quasi appartato e con una caratteristica spesso fastidiosa a fine corsa, un limitatissimo spazio alla cassa così sei talmente preso el vuotare il carrello e riempire le borse che quasi non sai quel che viene battuto.

Altra caratteristica, tra gli alimentari, confezioni a peso predeterminato fisso così che sparano cifre apparentemente concorrenziali solo perché il peso è bloccato a 700 grammi e quindi il prezzo al chilo, scritto in piccolo, è pressoché una volta e mezzo di quello urlato. Ma ti ci abitui...
Ma allora perché ci vai? Intanto c'è un aspetto di ordine ORDINATO e poi sai già dove cercare quel che cerchi e una atmosfera quasi da clinica ovattata...

E così la prima sfilata è per i banchi di frutta e verdure, rigorosamente predisposti, da un lato le verdure, dall' altro le frutta, ad un capo frutta secca, all'altro verdure (le patate cosa sono?) in offerte più o meno speciali. E così mi son ritrovato davanti a delle mini-angurie, belle tonde verdi con le loro brave righe scure a decorarne l'esterno da un polo all' altro. Erano anni che non avevo guardato quell'articolo forse mi ha colpito l'insolito volume perfettamente sferico, i colori decisi e ben ritmati e i ricordi improvvisi e imprevisti, ricordi di quasi 70 anni fa quando i miei, di anni, erano più o meno 10... E sono arrivati tutti di corsa, i ricordi, il cancello d'ingresso bello largo e tutto rosso (per l'antiruggine abbondante sul ferro, senza altre vernici inutilmente costose per imbellirne la funzione), completato dal cancellino con la "marletta" per chi entra a piedi con al massimo la BICICLETTA alla mano e le sporte di paglia ben ancorate sul manubrio. Per noi era magari presto (le gambe corte per gli anni) però la bici da donna si prestava giusta giusta per l' uso e poi bisognava esser capaci sennò sempre e solo a piedi!

Ai lati due enormi FIOPE (betulle) affusolate alte una volta e mezzo la casa a quasi tre piani. Lo sguardo all'ingresso corre subito alla porta per capire chi c'è dentro, se mia nonna o qualcuna delle sue tre nuore, così da capire gli umori generali, specie se era piovuto di fresco o se era stato bagnato il cortile ghiaiato dell'ingresso e quindi occhio alle impronte sui mattoni verniciati del pavimento dentro casa. A destra dell'ingesso una mini costruzione, al piano terra due ambienti per le scrofe eternamente contornate dall' ultima nidiata, al piano di sopra la zona galline co la scaletta a pioli per l' accesso e il portoncino per la chiusa serale per evitare che le galline se ne andassero a spasso o che una qualche faina o sua omologa se ne approfittasse. Al mattino ci pensava l' ARZDORA ad aprire all'alba così il gallo se ne usciva impettito a gridare il saluto al giorno prima di rincorrere le brave ovaiole per il rito quotidiano.

Ma torniamo all'ingresso, sulla sinistra un grande tavolone di legno di oltre 12 centimetri di spessore e grande a sufficienza per ospitare fino a 15/16 adulti in qualche modo seduti su panche, sgabelli e magari sedie ben impagliate portate fuori di casa. Quel giorno c'erano novità, nei tre secchioni era all' ammollo tre enormi cocomeri perché un po' si raffreddarsi e lo zio Lino stava preparando i coltelli per cominciare a tagliare. C'era stato il controllo sonoro con le nocche per capire se tutto era a posto e noi nipoti eravamo in attesa all'intorno nell' attesa del rumore topico e avvenne l' atteso evento, tutti e tre i cocomeri aveva criccato bene, c'erano sei belle metà a disposizione e si procedeva subito alla somministrazione ai nipoti, più o meno -ini o -ine. Già, una volta riforniti ci allontanavamo dalla tavola e in presa diretta a morsi mangiavamo succhiando tutto quel rosso splendore, fra le risate di zii e zie a fare le graduatorie del momento...

E così anch'io, uscendo da LIDL e entrando in macchina per tornare a casa in qualche modo rivivevo quegli anni lontani, quel sole, quelle facce BAROSOLATE, i sorrisi e gli sberleffi dei cugini più grandi e le mosse educatine delle cuginette che già pregustavano tempi futuri più adatti a future non più contadine...


lunedì 19 dicembre 2016

AUGURI!


Un piccolo regalo per tutti voi.
 Ho creato questo film, molto semplice e artigianale, ma personale,
per augurare a tutti gli amici di Speaker’s Corner un felice Natale e un altrettanto lieto Anno nuovo, con tanta pace, salute e serenità.
 Si è unita a me la mia famiglia e anche l'immancabile cagnolino Terry, che fa capolino all'ultima diapositiva  per augurare anch'esso a tutti voi:
BUONE FESTE!

venerdì 2 dicembre 2016

Intervalli

Sospeso 
il sogno e l’inquietudine, 
l’Io fuori dall’Io 
accarezza le assenze. 
Sospesa resta,
in attesa del niente, 
al largo di quell’Oceano 
chiamato Solitudine,
la sua anima.
.
F

sabato 24 settembre 2016

E avanti un altro

Su un argomento abbastanza scontato, e in parte vissuto, ma guardato in modo obiettivo, credo, come se io non fossi DIVERSAMENTE ABILE

sabato 17 settembre 2016

Prima di scrivere sul web accendere il cervello



Prendo spunto da un articolo su Avvenire.it  Il garante: “Ragazzi, ogni post va pensato” per dire la mia sull’argomento.

Scrivo sul blog da ben 12 anni, sono su Facebook , ( sarei anche su twitter, ma non mi ricordo mai di guardarlo…)però, in tanti anni, ho quasi sempre parlato di me stessa, delle esperienze, di momenti di vita vissuta...quando ho nominato altri, persone che ho incontrato, che mi hanno fatta emozionare, o mi hanno interessata in positivo, ne ho cambiato il nome e non ho mai pubblicato fotografie o qualsiasi altro dato che potesse renderle riconoscibili.  Ho sempre saputo che esiste un'etica, sul web come nella vita reale, che impone di non raccontare fatti di altri che non siano personaggi pubblici o che non ci abbiano autorizzato a farlo, anche quando se ne parla bene. ( Nel post precedente ho pubblicato una fotografia che già esisteva su un giornale online).  Ciò che invece sta succedendo ultimamente in rete è un fatto gravissimo, che richiede interventi urgenti di sensibilizzazione e di educazione, non solo per i ragazzi, ma anche per gli adulti.

venerdì 26 agosto 2016

Piacere, mi chiamo Massimo e vengo dal Settecento

Ho incontrato uno strano personaggio, recentemente. Il racconto si trova QUI. 

giovedì 23 giugno 2016

DIETA


Capita che ti ricapita sotto gli occhi una foto dimenticata e il giovanotto dall'aria sportivo-atletica con al fianco una signora dalla sottana lunga e anche lei in bici sono il sottoscritto e l'amata-odiata madre. Siamo un po' di anni fa (1954-55), probabilmente io sui 17/18 anni e mia madre 24 di più, il luogo è BARCOLA che a Trieste significa mare, costiera, uno stradone che corre da Trieste verso Sistiana e poi oltre fino al passo dei Lupi di Toscana, quando finalmente si rientrava, allora, in terra d'Italia.
 
E questo che c'entra con il titolo? C'entra, fra quel giovanottino e il sottoscritto ci sono una ventina di chili di differenza, un paio sono giustificati dal rimpiazzo (pesa di più, madre natura è risparmina) di un pezzo di gamba qualche anno dopo, ma il resto sono merito e colpa personale e il frutto degli ultimi otto anni, da quando cioè non giro più per capannoni a diffondere ordini, risate e imprecazioni, magari sostituendo a maneggiare sacchi qualche assente più o meno giustificato. E allora mi son chiesto come intervenire: visto che con il moto non è molto possibile debbo intervenire con la dieta e, mi son ancor detto, quale miglior dieta di quella dei miei lontani anni adolescenti e spartani?
 
Già, come si mangiava in casa Cremonini negli anni 1950-1960... In questo i miei ricordi sono precisi visto che ero io che mia madre spediva nei due/tre negozi di quella via Parini in cui abitavamo: 1 kg e mezzo di pane (bighe) al giorno (lit/kg 108), 1 kg di bistecche di cavallo (lit/kg  880) due volte alla settimana, poi latte, pasta asciutta, da bere l'acqua del rubinetto, le sardine fritte una volta la settimana e poco altro. Dimenticavo il caffè, per il quale c'era un rituale segreto riservato a mio padre (una miscela di orzo poi il FRANCK e un terzo del totale in caffè vero, spesso di provenienza più o meno legittima dal porto. Il tutto macinato e miscelato e lavorato in una monumentale cuccuma e di esclusiva fattura settimanale di mio padre.

Naturalmente la pasta, 800 grammi, condita con il ragù era per il pranzo e la carne con un po' di patate a cena. Il tutto non cambiò molto negli anni universitari del triennio a Bologna, anche se lì apparve una dieta più variata. Ero ospite della mia preferita zia Carolina, di soli 13 anni più di me e andavo e venivo in treno da Castelbolognese a Bologna partenza il lunedì, ritorno il venerdì sera e i vitto era tutto sommato spartano ma sostanzioso, mattino rigorosamente latte, pranzo mensa dello studente con primo (pasta), secondo (non sempre identificato), pane e acqua. La sera quasi sempre fornellino in camera, due uova fritte e poco altro. Fine settimana... grazie grazie ... zia!

Ed è con questi ricordi che mi son messo a dieta, riducendo drasticamente le quantità di pasta, pane e simili, abolendo l'abituale bicchierozzo di vino e mantenendo il soppiatto furto di qualche biscotto durante il giorno. Il tutto da quattro settimane quasi eroiche e il calo di circa 3 kg (da 90 a 87), testimoniato anche da qualche buco aggiunto alla cintura...

Durerà? c'è il non casuale punto interrogativo...



 

lunedì 13 giugno 2016

da un TEMPO LONTANO

E' solo un LINK (trovato per caso) di una specie di autobiografia e che  per me è come un mondo ritrovato della mia lontanissima adolescenza in quella meravigliosa città che, per me, è stata
Trieste...



e una CANZONE da OSTERIA


sabato 4 giugno 2016

a volte basta il BICARBONATO

Non ho l'intenzione di inondare con le mie parole questo gruppo approfittando del silenzio di altri, è solo che particolari contingenze mi han fatto ricordare ACCADIMENTI (sic) decisamente lontani, come del resto dicono sia per chi ha già parecchio vissuto, in termini d'anni e non sempre d'esperienza e saggezza. Naturalmente ci vuole qualcosa per suscitare una emozione, un ricordo nel tran tran abituale di un vecchio pensionato, condizione quanto mai fastidiosa oggi. Nel mondo contadino dei miei anni lontani la pensione non esisteva, almeno che io ricordi, man mano che gli anni passavano c'era sempre una funzione, una mansione, un qualcosa di utile per tutti, a cominciare dal singolo, anche quando il capotribù aveva lasciato il campo al più adatto degli eredi, specie se la scelta era accettata e condivisa fra i vari concorrenti.
 
Ma non è di questo che mi piace oggi parlare, tutto era cominciato nella tarda mattinata di un paio di giorni fa, una volta finita la preparazione del rancio  per tutti, fossero umani o a quattro zampe. Qui a Platamona (SS) infatti non solo c'era la Lilla, affettuosa e scontrosa cagnotta di media taglia e di tante origini recuperata da oltre tre anni dal canile municipale di Cagliari, ma ci sono anche un paio di gatti che, abbiano o  meno un localizzatore portatile, arrivano puntualmente appena finisco di parcheggiare il vecchio e traballante furgoncino VW, che da oltre 14 anni mi porta in giro purché io lo rifornisca al momento giusto.
 
Fra un fornello e l'altro, improvvisamente m'era venuta voglia di andare fino alla spiaggia del villaggio, giusto per vedere com'era messo e, in fondo, sono solo poche centinaia di metri in mezzo alla pineta... Tutto bene, almeno subito, anche se gli addetti nei giorni prima avevano ripulito il sentiero, i giardinotti limitrofi e il vicino sottobosco accumulando vari mucchi di residui che sarebbero poi scomparsi qualche giorno dopo, liberando del tutto, e bene, il sentiero. Così l'impavido Benito pensò giusto di non deviare, in fondo era solo un banale intreccio di foglie e ramaglie senza particolari intoppi e rischi e poi è cosa maschia e rude fregarsene di questi banali ostacoli così facili da calpestare e addomesticare...
 
La cosa però si complicò un po' di ore dopo con la comparsa attorno all'orlo del calzettone sinistro di tutta una corona di macchie e una quasi foruncolosi diffusa via via sempre più fastidiosa e dolorosa. Roba da pronto soccorso? Non scherziamo, era già ormai sera e vabbè passerà, chi non ha in casa una qualche crema lenitiva o anti qualcosa... in effetti l'eccezione ero io e così in qualche modo cercai di lenire l'andazzo aspettando giorno e rimuginando. 
 
E, infatti, il mattino dopo l'aspetto era decisamente preoccupante, oltre che doloroso, e sembrava proprio quel che mi era accaduto  l'estate di anni prima, nel 1949, agosto, residenza estiva del Seminario Vescovile di Imola, a Monte del Re, comune di Dozza Imolese. (Combinazione a Dozza era nato il mio nonno Cremonini "Augusto", poi baldo giovane anarcoide di buona famiglia scappato a Trieste dove etc. etc.).
 
Già, nel 1947 (dal 1945 ero in collegio a Villa San Martino di Lugo, assieme a tanti altri più o meno "con problemi") avevo convinto assistenti, genitori ed etc. che volevo andare in Seminario per diventare prete (vescovo, cardinale, papa), nonostante mia madre, laica fascista e poco alfabeta, sostenesse "mei mort che prit". Ma questa è un'altra storia e già raccontata anni fa.
 
Lì, a Monte del RE, era una pacchia, c'erano tante ore libere per andare a zonzo fra i calanchi e, anche se io avevo una gamba farlocca, per l'andare su e giù fra ginestre, ruzzoloni e risalite faceva arrivare subito sera e nessuno rompeva se la nera divisa con giacca a collo alto si era un po' molto impolverata. Poi c'era anche altro, come andare in giro per la cerca passando da casa colonica a casa colonica a raccogliere uova, polli, conigli per la festa parrocchiale dell'ultima domenica d'agosto con l'annessa "pesca". Fra l'altro, e per inciso, sempre in occasione di quella festa alcuni di noi seminaristi eravamo impegnati in una commedia e quell'anno fui compreso anch'io dove io, nella parte di un vecchio padre con un monologo che si concludeva con un pianto desolato.
 
A ripensarci non so perché me l'avessero assegnata, ero il più piccolo di statura della mia classe,  zoppo, magro, con lasciti neonatali piuttosto evidenti ma evidentemente, bontà loro, forse compensati da qualcosa di diverso del solito.
 
Ricordo che il monologo finì con un applauso e i miei condiscepoli (eravamo oltre 150 dagli 11 anni fino ai circa 22/23 della consacrazione, oggi non arrivano a 15)  intonarono una canzone, le ragazze di Trieste, forse anche per cortesia e incoraggiamento o, era l'epoca, anche per sottolineare un certo anticomunismo-nazionalista visto che allora Trieste era TLT, territorio libero sotto amministrazione alleata anglo-americana (ZONA A), mentre la ZONA B era sotto amministrazione (e poi inglobata) Yugoslava con a capo, allora, il comunista maresciallo TITO. 
 
Ma torniamo a bomba, torniamo al viaggio fra i calanchi da casa colonica
 
 
 
di calanco in calanco fino all'inevitabile capitombolo in mezzo ai cespugli di ginestre e poi fino a finire nel solito nido di vespe con l'intervento provvidenziale, ed esperto, di uno dei miei compagni che appoggiò, giusto sopra alla puntura sul collo, la lama del suo coltellino tanto che poi non ci fu conseguenza. Ma furono ben maggiori le conseguenze sulla gamba sinistra che per un qualche mistero era finita contro un avanzo di ferro con conseguente sgorbio e l'aggiunta di punture di rovi e di ortiche.
 
Ci vollero settimane per guarire, con pus e altre simili cose e cicatrici residuali. Ed è qui che arriva l'assonanza con l'incidente del sentiero marino di questi giorni visto che ci fu chi mi disse: occhio alle ortiche  e il GRANDE CHIMICO sottoscritto non capì. Allora aggiunsero, guarda su GOOGLE,  e il grande chimico con sufficienza andò ... e scoprì che era utilissimo intervenire con il BICARBONATO, come vien ben illustrato qui.
 
Chissà come sarebbe andata se in quel lontano 1949 qualcuno avesse suggerito il BICARBONATO, di ceto non avrei avuto l'occasione di riandare a quegli anni così lontani, eppure così vicini quando tornano nei ricordi. Gli anni sembrano così lunghi all'inizio e così veloci quando crescono di numero.
 
C'EST LA VIE!

lunedì 30 maggio 2016

SABATO in casa CIARAVAL

Era il 1942, ma poteva essere 10 anni prima o anche dopo. In questa casa di contadini il tempo aveva cadenze prevedibili ancora per un po', o almeno così si pensava. Nonno FITA (Giuseppe) di cognome faceva Geminiani, ma al mercato di Imola lo conoscevano così, anche se qualcuno cominciava a chiamarlo FITONA. Già perché allora, ma ancora per molti po', usavano le bretelle alle quali mio nonno aggiungeva anche "e curzé", la cintura alta di cuoio, per in qualche modo ridurre la circonferenza testimone di cibo sano e abbondante.
 
Assieme a lui GIANO', Giovanni, fratello e quindi zio e prozio della tribù. Gianò era scapolo o, come si diceva in Romagna "zion" con quella "o" nasale che ricorda come quella terra tutto sommato un tempo fosse gallica. Ed era tanto vero che ogni tanto l'aratro scoperchiava delle lastre di marmo a ricordo del decumano e delle centuriazioni e di come nei nuovi insediamenti romani era iniziata la vita (e la morte) perché tutto divenisse un continuum romano. In tutto il territorio circostante quella casa, posta sul tracciato che portava da Ravenna a Bologna, era ed è ancora evidente nell'ordinata disposizione dei campi e delle proprietà un impronta millenaria sopravvissuta perché di lì da secoli, anzi millenni, il mondo camminava a piedi, a cavallo fosse di umani o di cose. La chiamano tuttora via Lughese perché a Imola si stacca dalla Via Emilia per andarsi a raccordare con la Ravegnana a Massalombarda (e poi Lug) al margine delle valli ferraresi, quel ferrarese, sulla sinistra andando verso Ravenna, che era ed in parte è il regno delle zanzare, della malaria e, per molti secoli, della miseria.
 
Ma qui non c'erano ricordi di miseria, Fita e i due suoi fratelli (Gianò e Celso) erano arrivati lì alle soglie del '900, i due fratelli erano ancora scapoli e Fita no, aveva già provveduto sposando IUSFINA, Giuseppina, e il primo figlio era arrivato nel 1902, Arcangelo detto Canxi, e poi PRIMO (era il secondo e forse era il "primo" concepito da sposati, perché bisognava pur collaudare la sposa prima di metter su casa e i prati sono anche morbidi e in campagna le scuse son tante per sentirsi giovani e volerlo dimostrare a sé e al mondo).
 
Poi c'erano stati Domenico (Minghì), Ernesto e Lino (questi due nomi insoliti non avevano suggerimenti locali) per finire con Valda (come le pastiglie, o forse per qualche ricordo gallico che tralignava dal colorito fin troppo bianco, il colore biondo rossastro dei cappellucci fragilissimi e sottili, da "gagia" come si dice in dialetto, e le lentiggini oltre al carattere impossibile - ma questo si scoprirà molto dopo- che a tempo debito sarà mia madre). Molti anni dopo un incidente di percorso, o un eccesso di entusiasmo recuperato (mio nonna qualche volta aveva sorpreso fra i campi di granturco mio nonno che approfondiva delle conoscenze con qualche giovanotta a giornata) avevano portato a Carolina (classe 1923) e fine della serie.
 
Qualcosa di nuovo comunque stava accadendo, Lino era stato spedito in Libia a fare il militare ed era andato avanti e indietro in divisa fino al 1942 (nasce la mia meravigliosa cugina Bruna), Domenico stava per partire con gli alpini, direzione Grecia. E qualcosa di nuovo era pure accaduto a livello patrimoniale, da mezzadri (negli anni dopo il 1922) eran diventati proprietari anche se nulla era cambiato. E nulla cambiò per molti anni ancora, ricordo che già arrivati negli anni attorno al 1960 in casa (tra adulti e bambini circa 23 persone) c'erano  solo biciclette, non più di tre ciclomotori e una Gilera 150 per i miei due cugini più grandi. Niente auto, ma due trattori ed altri aggeggi meccanici utili al lavoro dei campi e della cantina e fu fonte di meraviglia per me pochi anni dopo vedere che in altre regioni usavano ancora cavalli e bovini per arare e sull'aia c'erano dei 1100 scassati a dimostrare la modernità.
 
Ma i ricordi han preso il sopravvento o forse semplicemente era necessario, e mi piaceva, presentare l'ambientazione e il clima. Pur divisi in due poderi con rispettive case a un paio di chilometri l'una dall'altra la struttura era patriarcale anche se l'elaborazione delle strategie era decisamente democratica e avveniva a tavola con tutta la tribù con diritto di voce, maschi, femmine e persino nipoti (me compreso, figlio di una femmina che viveva altrove, a Ravenna, ma all'epoca ero lì a iniziare le elementari perché mio padre era "volontario" in Russia e mia madre a Ravenna con mio fratello), perché il lavoro e il reddito erano egualitari.
 
Ma ci sarà altra occasione di riparlarne.
 
Torniamo allora al sabato, lo si avvertiva da subito al mattino presto, bastava arrivare al piano terra (il dormire era nelle stanze al primo piano) e notare che tutti erano vestiti non da zappa e polvere e neppure stivali di gomma quando si vuotava la buca del letame fuori dalla stalla, ma neppure da domenica, ma in modo lo stesso più disinvolto. E poi il richiamo decisivo era il GNIC GNAC della GRAMOLA
 
 
 
Già la  gramola, sullo sgabello a sinistra siede l'operatore, 2 baldi giovani sono a destra e stringono i due terminali in basso, uno destro e l'altro sinistro, alzando la leva in modo ritmato  così che la barra centrale si alza e s'abbassa. L'operatore sullo sgabello maneggia un blocco di qualche dieci kili di pasta lievitata ruotandola continuamente fino a ché il tutto  assume un aspetto omogeneo ed elastico (10/15  minuti).
 
Allora si passa il tutto a chi forma le pagnotte di circa 1 KG che verranno messe a lievitare sotto delle morbide coperte di lana, dopo aver tracciato un solco al centro per l'uscita della anidride carbonica prodotta dai lieviti vivi che rigonfieranno la massa. Migliore è la gramolatura, migliore sarà l'aspetto e il sapore e il come si scioglie in bocca e si conserva per la settimana.
 
Intanto Gianò provvedeva a scaldare il forno fuori, proprio a fianco dello "stalletto", bruciando le fascine di legna risultate dalle potature stagionali, quello stalletto dove si allevano i maiali per i prosciutti, salami ed etc. etc. di Natale.
 
Ma per noi nipotini di varia età, che comunque al sabato a scuola ci dovevamo andare, il momento clou era la PIE' o PIADA (oggi PIADINA) bella, spessa, cosparsa di formaggio morbido e con l' assaggio eccezionale di un qualche sorso di vino, quello buono, quello santo. E poi, leccornia somma,  la "pié freta", la pizza fritta bella rigonfia, fritta nel paddellone con dentro lo strutto bollente. 
 
Ma ormai era tardi, già le otto, stavano arrivando all'incrocio della Lughese i compagni di scuola, preparare le cartelle e, se era inverno, il pacchetto di legna per la stufa in classe e poi su e giù a prese in giro per i più piccoli (come me, ero in prima) e che bello quando era ghiacciato il canalone e, per fortuna, il ghiaccio non s'era mai rotto nonostante le scarpe chiodate con cui gli andavamo sopra...
 
PS: per i maschi adulti c'era il dopo, uno degli zii era bravo con pennello sapone e rasoio e così tutti gli altri pronti a farsi spennellare, radere con il contropelo mentre le femmine adulte intanto riempivano le borsone di paglia con dentro, a seconda della stagione, polli, colombi, conigli, uova per andare al mercato, il ricavato era loro personale, lo SPILLATICO, non andava alla cassa comune. 

giovedì 26 maggio 2016

viaggio nel tempo...


Era cominciato proprio così quel viaggio di ritorno dalla Sardegna al luogo dove, post pensione, cercavo di dirigere la produzione di mangimi in una nota azienda di mangimi del bresciano. In effetti più che dirigere era "produrre" concretamente sulla falsariga di un paio di miei brevetti molto elementari e quindi la produzione voleva dire intanto un sano esercizio fisico fatto di sacchi di materie prime che andavano opportunamente pesati e calibrati così da ottenere i 1000 KG di ogni frazione che veniva poi  miscelata ad altri componenti e poi nuovamente insaccata. Ottimo esercizio soprattutto fisico effettuato più volte nella giornata che ritemprava anche lo spirito oltre che il corpo da quel senso di inutilità derivata dal passare a quasi 66 anni nel regno del NULLA FARE dopo anni di divertente e impegnativo tentativo di formare squadre di futuri periti chimici nell'arte del cercare e, soprattutto, del FARE CONSAPEVOLE.
 
Ospite di una amica di WEB, partivo da Golfo Aranci nel solito traghetto che avrebbe portato me e l'allora quasi nuovo CADDY furgoncino a Livorno e poi su su di autostrada in autostrada fino all' uscita di Brescia. Avevo, come spesso disordinato qual sono, il finestrino aperto e dopo l'opportuno segnale di arrivo mi ero trovato questa ospite che aveva deciso di adottarmi e non aveva nessuna voglia di scendere.

Cominciammo quindi il viaggio assieme e dopo un po', poco sicura della mia guida, aveva deciso di salirmi sulla spalla per aiutarmi nell'osservare il percorso. Così, passata qualche decina di minuti, eravamo ormai in perfetta sintonia tanto che mi avvertiva con i suoi mormorii se mi avvicinavo troppo ai soliti TIR incolonnati e sentivo la sua testa alzarsi attenta per capire se i miei sorpassi erano ben condotti.
 
Partiti dalla Sardegna al mattino e arrivati quindi nel tardo pomeriggio a Livorno eravamo, era dicembre, ben presto in pieno in quel mondo di luci e fari che a lungo andare si rivela monotono e fu così che diventarono particolarmente utili i messaggi che arrivavano dalla mia attenta compagna di viaggio o con opportuni quasi miagolii o, nei momenti più critici, cone delicati ma efficaci, lavoretti di unghia sulla spalla o di dentini sull'orecchio. E non ci fu verso di farla scendere nelle due stazioni di servizio inevitabili per far carburante o impellenti necessità personali, rifiutò ogni collaborazione e così mi rassegnai divertito.
 
Tutto andò tranquillo, tanto che arrivato in zona Bologna presi per Ferrara Rovigo in modo di uscire dall'autostrada e prendere la camionale in direzione Verona Brescia. Poi accadde qualcosa di imprevisto e fu la signorina che stava di guardia ad avvertirmi con unghiate decise: davanti a me c'era una barriera di TIR che sfanalavano e suonavano fanfare di clacson. Evidentemente mi ero assopito e, per fortuna, svegliato in tempo mi buttai sulla corsia di emergenza così, a tempo debito, feci inversione e deviazione e mi infilai nella prima stazione a riprendere fiato cullato dal RON RON della mia ospite, come sempre accoccolata sulla mia spalla sinistra. Ho ancora nell'orecchio il suono ritmato delle sirene della POLSTRADA evidentemente allertata che c'era un pazzo OMI-SUI-CIDA sulla carreggiata
 
Poi, per fortuna, tutto andò bene fino alle porte di Dello... Era ormai notte inoltrata, ero vicino casa, riconoscevo i luoghi, le curve e...
... mi svegliai, era 15 anni dopo, la simpatica micia ero lo spigolo del cuscino a molle come sempre incuneato fra la spalla e il mento e l'incontro con i TIR era l'unico vero ricordo-incubo che evidentemente il mio subconscio quasi 15 anni dopo mi aveva trasmesso forse come MEMENTO.

Peccato, mi ci ero affezionato, ciao MICIA

 
 

lunedì 23 maggio 2016

Ogni promessa ..............



Purtroppo a me gli alberi spogli evocano sempre tristezza, anche se riflessi in queste belle acque limpide.Per fortuna c'è sempre la speranza e, un giorno, quegli stessi alberi si specchieranno ricchi di foglie. E' la vita che si rinnova, in un ciclo senza fine.
 
 
 
Così scriveva Katherine su una mia foto postata in marzo con alberi spogli riflessi.
Le avevo promesso una foto estiva ma (forse) può andar bene anche una foto primaverile dello stesso posto.
 
Buona giornata a tutti!
 
 
 

venerdì 20 maggio 2016

La dolcezza della vecchiaia



La serendipità è una gran bella invenzione/deduzione. Leggendo, tempo fa, " Facciamo un lifting alle nostre idee" di  U. Galimberti mi sono imbattuta in una citazione "Invecchiando io rivelo il mio carattere, non la mia morte" tratta da " La forza del carattere" di J. Hillman. Confesso che trovo Galimberti molto difficile da leggere ma, convinta come sono che  sia solo un mio limite, una mia barriera mentale che mi autoimpongo, continuo imperterrita a leggerlo.
Galimberti, ed insieme a lui Hillman, mi son tornati in mente nei giorni scorsi per due fortunate "coincidenze": il post di Dodo e la frase di Kreben sulla vecchiaia (cliccare sui link).
Diciamocelo, non si parla mai di vecchiaia: guardiamo ad essa come guardiamo alla morte, forse peggio,  con terrore  e insicurezza, forse perchè la vecchiaia, in tempi come i nostri, popolati da eterni Peter Pan, è una tara da nascondere e da odiare, una condizione da sacrificare sull'altare dell'odierno culto della giovinezza, mentre dovrebbe essere  un'età della vita da riconsiderare benevolmente, che porta persino numerosi vantaggi psicologici. Solo per fare qualche esempio:  conduce a definizione e a maturazione il carattere di una persona, sviluppa un più saggio distacco dalla contingenze del presente, consente il recupero dei valori della tradizione e della cultura. Concede una maggiore possibilità di anticonformismo e autonomia di giudizio. Permette di sottrarsi alla folle corsa della competizione quotidiana per il successo. Tutti sottoprodotti dell’esperienza acquisita  lungo l’arco dell’intera vita, che va sotto il nome di saggezza. Vi pare poco?
E invece no, releghiamo la vecchiaia nell'ombra  del nostro cervello, rimuoviamo il pensiero, la certezza, del suo manifestarsi ricorrendo ai più sbarellati artifici, come appianare le rughe, gonfiarci di silicone, atteggiarci a eterni adolescenti. Finché, poi, la vecchiaia ci sorprende impreparati.

lunedì 16 maggio 2016

Manuali

Basta farsi una passeggiata in rete  e ci si imbatte in decine di manuali  su come rapportarsi con gli uomini, con le donne, con  cani, gatti, bambini  anziani, alieni,  e chi più ne ha, più ne metta.
Non so gli altri, ma io mi sono spessa sorpresa a domandarmi come mai c’è  bisogno  di questa montagna di guide a quelli che una volta (sigh!) venivano chiamati rapporti umani. Che  gli umani abbiano perso la bussola per orientarsi nella società? Ma non dovrebbe essere, al contrario, una cosa  “naturale” rivolgersi all’altro/a? Forse che è tutto il mondo in crisi di identità?
A onor del vero i manuali che dovrebbero suggerire alle donne  come comportarsi con l’universo maschile  non sono tantissimi, quasi che la tortuosità mentale  sia una caratteristica femminile. È una cosa che mi fa sorridere: la mente maschile è così semplice e lineare da essere subito intellegibile oppure è che i maschi sono meno intelligenti? Se rivolgessi questa domanda  a una mia amica di facebook  che detesta gli uomini (in generale), potrei giocarmi la  risposta al lotto: i maschi  appartengono a una razza inferiore. Io che l’universo maschile non lo detesto, ma  lo stesso non lo capisco,  vorrei imbattermi in un traduttore simultaneo uomo/donna per avere la certezza di capire cosa dice, pensa e vuole l’altra metà del cielo…. perché sì, io sono in grandi ambasce:  la maggior parte delle persone di sesso maschile che conosco ha una mente fortemente tortuosa, complicata… quasi bizantina.